Home CTD Zero Note cliniche / Testi

Note cliniche / testi

Tre stili di un discorso mosso dall'umanità:

1° - mosso dal reale della tragedia e ne invoca la legge

Droga, male oscuro in città, Bommarito  lancia un appello

La lettera di un padre che un anno fa ha perso suo figlio per overdose fa luce sulla piaga e avanza proposte e soluzioni

(Il Resto del Carlino 30 gen. 2010 – Cronaca di MC)

Macerata, 30 gennaio 2010 - Solo per rimanere agli ultimi giorni, alcune notizie uscite sulla stampa meritano attenzione da parte di chi vuole combattere una seria battaglia contro la droga, contro le tragiche morti di tanti giovani e contro la criminalità che sulla droga vive e prospera.

Il punto di partenza è rappresentato dalle forze dell’ordine. Ebbene, con una perfetta sintonia di opinioni, nei giorni scorsi sia il Comandante dei Carabinieri che il Questore di Macerata, parlando di reati e di criminalità, hanno individuato la droga come il principale problema della nostra provincia. Ricordo poi che solo pochi giorni fa un assessore del Comune di Macerata è stato vittima di una pesante ed inaudita intimidazione (un tentativo di incendio del portone della sua abitazione), da lui spiegata con la sue ripetute segnalazioni contro gli ambienti di spaccio che sono presenti nei pressi della stazione di Macerata: denunzie puntualmente confermate dall’arresto di due spacciatori di eroina avvenuta nei giorni immediatamente successivi proprio in quei luoghi.

Sempre di questi giorni è l’appassionato, e assolutamente condivisibile, appello alla mobilitazione della società civile contro la droga e le altre dipendenze del Presidente dell’Associazione La Rondinella di Corridonia, il cui figlio, come il mio, è morto per una overdose.

Tutto ciò mentre tanti nostri giovani continuano a morire, oppure a camminare sull’orlo del precipizio, in alcuni casi senza nemmeno rendersi conto del rischio mortale che grava sulla loro testa. Anche le famiglie spesso e volentieri non riescono a percepire la gravità della situazione, oppure, se la colgono, sembrano impotenti ad affrontare il problema, e preferiscono, anche davanti all’evidenza, imputare taluni segnali inequivocabili ad altre situazioni (il disagio adolescenziale, le separazioni familiari, il degrado della scuola, il male di vivere).

Ecco, io penso che debba essere fatto uno sforzo eccezionale, da parte degli operatori pubblici e privati, delle istituzioni, della Chiesa, delle forze dell’ordine, dei cittadini di buon senso, in primo luogo per comprendere e far comprendere a tutti la gravità della situazione.

Occorre che i genitori abbiano gli strumenti per capire il fenomeno droga nella sua reale consistenza (c’è molta ignoranza sulla questione), la sua diffusione nella nostra provincia (c’è una grande sottovalutazione, a volte indotta anche dalle stesse istituzioni, che tendono ad operare in chiave autoreferenziale), l’eventuale coinvolgimento della propria famiglia (c’è una grande paura a prendere coscienza in tal senso), e, laddove necessario, i percorsi possibili di fuoriuscita.

Purtroppo molti genitori non vogliono capire, ed altri, invece, che vorrebbero capire, non hanno le informazioni necessarie per comprendere ed iniziare a reagire. Bisogna, invece, aprire gli occhi alla cittadinanza (Macerata non è affatto un’isola felice) e fornire i dati reali sulla diffusione della droga e di altre dipendenze nella nostra provincia, coinvolgendo Questura e Carabinieri. E’ necessario poi precisare quali sono i segnali indicatori che devono comunque allarmare i genitori e spingerli ad ulteriori verifiche.

Una volta aiutati ad avere la consapevolezza dell’esistenza del problema in famiglia, i genitori devono essere informati circa l’intero ventaglio delle soluzioni possibili (Sert, Comunità Terapeutiche) e delle necessarie integrazioni tra di loro, nonché degli approcci da portare avanti necessariamente in maniera unitaria (intervento farmacologico, psicologico, educativo).

In questa ottica il Sert dovrebbe, a mio avviso: a) far conoscere all’opinione pubblica i dati quantitativi sui soggetti seguiti, specificando il tipo di dipendenza; b) precisare le tipologie dei farmaci disponibili, i loro principi e gli effetti (spesso pesanti) degli stessi; c) riflettere sull’esigenza di un “contratto” con l’utente, che eviti le somministrazioni a vita di farmaci, magari ad alto dosaggio, senza progettualità e tempistica di uno scalaggio assistito; d) fornire i dati sui dosaggi medi e sulle tempistiche, per verificare, in concreto, se la struttura pubblica serve solo da erogatore di farmaci (disinteressandosi di tutto il resto) o se porta avanti una seria politica di scalaggio; e) riflettere sulle varie tipologie di utenti, valorizzando e maggiormente assistendo quelle esperienze che vedono procedere un reale processo di scalaggio (che, proprio nella fase finale, per la situazione di astinenza che si crea, da un lato, con la dovuta assistenza, possono portare alla definitiva fuoriuscita dal problema, e, dall’altro, al contrario, a rischi gravissimi, fino alla morte per overdose); f) in tale ottica, precisare il tipo di aiuto psicoterapeutico che la struttura può fornire e renderlo obbligatorio in sede di contratto stipulato con l’utente.

Per quanto concerne le Comunità Terapeutiche, è indispensabile per gli utenti sapere: a) quali sono quelle che operano in provincia ed in regione; b) il programma che in ciascuna di esse viene seguito, e la durata presumibile dello stesso; c) se esistono, e, in caso positivo, quali sono le differenze di approccio e di gestione del trattamento residenziale tra le varie comunità; d) quali sono le regole e le condizioni per l’ammissione; e) se praticano o meno trattamenti semiresidenziali (precisando eventualmente quali sono) per soggetti con problemi familiari o di lavoro che impediscono la presenza stabile in comunità.

Fondamentale, sia per il Sert che per le Comunità, è il sostegno psicosociale agli utenti, che deve essere fornito con continuità. Sia per il Sert che per Comunità Terapeutiche è poi necessario predisporre ipotesi di necessaria collaborazione ed integrazione, poco praticate sino ad oggi, illustrate agli utenti con la specificazione delle situazioni in cui è indispensabile o, quanto meno preferibile, un doppio approccio al problema.

Credo infine sia indispensabile arrivare a costituire un Osservatorio Provinciale sul problema droga e dipendenze varie, che possa seguire con continuità il fenomeno nei suoi dati quantitativi e qualitativi, e che possa fornire con competenza e professionalità ai cittadini tutte le indicazioni utili a prevenire, a capire, a reagire.
Che ne pensano il Comune, la Provincia, l’Asur? E i nostri candidati sindaci hanno qualcosa da dire al riguardo?

Giuseppe Bommarito

2° - mosso da un modello che trova la legge nella verità

"Qui alla Pars si può sconfiggere la droga"

L'esperienza della cooperativa sociale 'Pars'. Il responsabile Josè Berdini: "Occorre riscoprire la bellezza della vita"

Macerata, 4 febbraio 2010 - Solidarieta’, rigore e collaborazione. Così si batte la droga. Parla con partecipazione e trasporto Josè Berdini, responsabile della cooperativa sociale Pars, quando racconta la sue esperienza nella lotta alle sostanze stupefacenti. Un viaggio iniziato nel 1990 per andare incontro alla richiesta di aiuto di don Gelmini e don Giussani.

 

"Ci dissero se potevamo accogliere nella nostra famiglia dei ragazzi che stavano uscendo dalla droga - spiega Berdini-. Noi abbiamo accettato e da quel gesto è nato tutto questo". Per "tutto questo" Berdini intende il Villaggio San Michele Arcangelo: 20 ettari di terreno, immersi tra il verde delle campagne maceratesi, sui quali è nata la sua comunità di recupero. Un immenso spazio in cui convivono famiglie, minori in affido e ragazzi che hanno vissuto problemi di tossicodipendenza.

Lei ormai da molti anni si impegna in questa battaglia. Come si fa a uscire dalla droga?

"Un ragazzo che vuole smettere di drogarsi ha bisogno di aiuto, e noi cerchiamo di darglielo, facendogli conoscere la realtà. Le persone che usano droghe credono che al mondo esista solo quello, che non si possa vivere diversamente. Ma non c’è cosa più sbagliata. Quello che facciamo qui è aprire i loro occhi alla bellezza della vita".

Ma cosa fate concretamente in questa comunità?

"Cerchiamo di inserirli in un’esperienza di vita che metta in luce i loro aspetti positivi. Imparano a lavorare nei nostri campi, si impegnano nei lavori edili. Quando siamo arrivati qui c’erano solo ruderi. Tutto quello che c’è ora l’abbiamo costruito noi: famiglie e ragazzi".

Qual’è la situazione della droga in provincia?

"E’ grave e in aumento. La droga è dappertutto e le famiglie devono affrontare questo problema informandosi, imparando a leggere certi segnali: un figlio che cambia spesso lavoro, va male a scuola, una cartina trovata nello zaino, possono nascondere cose più serie".


E le istituzioni come si devono muovere?

"La cosa più importante è che tutti i soggetti, privati e pubblici collaborino. Non ci si deve fare la guerra, perché le morti non aspettano. Il nemico è la droga e per sconfiggerla si deve essere uniti".

Un osservatorio provinciale sarebbe una buona idea quindi?

"E’ quello a cui dobbiamo arrivare. C’è bisongo dell’aiuto di tutti, perché questa è una guerra e noi la vogliamo vincere a tutti i costi".

Matteo Rossi

3° - mosso dalla necessaria separazione per incontrare l'Altro

Comunità “Zero” - Contributo alla discussione: 5 febbraio 2010

(Testo integrale inviato al Il Resto del Carlino che il 9 febbraio ha gentilmente pubblicato, purtroppo riducendolo sostanzialmente)

Istituire un osservatorio provinciale sulla drammaticità della tossicodipendenza? Perché no!  a patto che esso non sia simile ad un osservatorio meteorologico che può solo limitarsi ad osservare dal satellite i fenomeni atmosferici su un territorio e ne cerca di anticipare le tappe dei possibili  spostamenti.

Della tossicodipendenza, stando all’attuale geografia culturale, generazionale e del controllo sociale del “godimento”, è facile prevederne gli esiti futuri: il tempo tende al peggio e si ha motivo di pensarlo e non da oggi. C’è tuttavia una speranza poiché, a differenza dei cambiamenti climatici che sembrano avere una loro logica non controllabile e gestibile, della tossicodipendenza – conoscendo i nuovi sintomi sociali - si può prevedere e fare qualcosa.

Non è difficile infatti ipotizzare la tipologia delle nuove sostanze illegali che troveranno il consenso dei giovani, così come pensare una strategia che possa ostacolare questo loro coinvolgimento. Ciò che è difficile non è il  dotto “bel dire”, della cui padronanza in molti si ammantano, ma il cercare di dare soluzioni al discorso comune che è mosso da questa psicopatologia che sembra incontrollabile.

Non è un dire che serve, ma un “dire che sia un fare”. Mi ha fatto piacere la nota di Gianni Menghi che, in una nota di due giorni fa, arriva subito al perché della tossicodipendenza e ne indica la soluzione che, esprimendola nel mio linguaggio, posso tradurre così: “l’umano non può non dipendere! Ma dall’Altro, non dall’oggetto”. Ma questo è ancora un dire, anche se serio, ma non ne è la cura che rimane la vera questione o, se volete, come ripeto da tanti anni: “non è la droga a fare il drogato ma il drogato a fare la droga”.  Questa espressione interroga al contempo l’origine, il soggetto, l’Altro, il Noi e il desiderio. Sono temi su cui lavoro da molti anni, e non è per finire. Dunque, se ancora ci lavoro è perché la verità mi sfugge, non la conosco, tuttavia la cerco.

Comprendo ancora chi, colpito da questa sciagura causata da un oggetto che prende la sua forza dalla negazione dell’Altro, invochi un fare che parta da un sapere. E’ ciò che l’avvocato Giuseppe  Bommarito con acuzia e intelligenza elenca e propone nella sua lettera-denuncia. Una denuncia che apprezzo perché ha il merito di interrogare le istituzioni al di fuori della burocrazia e delle procedure che spesso stanno a salvaguardia del “non volerne sapere” della soggettività e del desiderio di chi opera in queste istituzioni. Rispondere con i numeri implica necessariamente un interrogarsi sul chi si è? cosa si vuole? dove si va?; domande che dovrebbero essere corredo di chi vuole lavorare a stretto contatto con questa psicopatologia.

Quando incominciai ad occuparmi di questi giovani lavoravo all’ospedale psichiatrico di Macerata e si sapeva ben poco sul  questo ricorso alle droghe. Mi appellai anche io alla sociologia facendo  la prima ricerca metodologica in Italia su chi erano questi tossicodipendenti. I risultati furono molto simili agli attuali e anche se mi fornirono una buona conoscenza  sulla cultura di questo particolare gruppo, non mi dettero niente riguardo ad “un dire che fosse anche un fare”.  Parlavo bene, ma la parola non aveva presa su quella impossibilità del giovane di rifiutare e di dire no a quella provocazione morale di essere anche lui uno di quelli che si facevano. La loro soggettività sfuggiva alla presa mostrando al posto di questa la presunzione che un godimento,  sganciato dall’Altro, era possibile. Non si accorgevano tuttavia che l’eclissi, determinata dal distacco dal normale circuito della relazione, favoriva l’entrata in scena del volto feroce dell’oggetto, unico e solo padrone del suo corpo che, privatolo dell’elemento umano per eccellenza, lo accompagnava nell’unico luogo impossibile a dirsi.

Mi opposi a questa logica disumana e blasfema e avviai la comunità “Zero”, una struttura, un laboratorio, dove poter sfidare quel destino che sembrava ineluttabile. Ben vengano ancora oggi le parole, le spiegazioni, le sinergie fra le istituzioni e persino i numeri che, sebbene infiniti, sono tutti dicibili. Al contrario, invece, le parole non possono mai dirsi tutte, almeno una deve mancare ed è in quel posto vuoto che il soggetto, quello vero, oltre la falsa identificazione, può avvenire. Su questo luogo lontano dall’ideologia e dalla verità, dal buonismo di facciata e da un volgare psicologismo, la comunità “Zero” sarà presente e porterà, se richiesto, il suo contributo.

Orfeo Verdicchio

Attachments:
FileDescrizioneFile size
Download this file (Arte e CTD Zero.doc)Ai Bordi del cerchio: dialogo fra forma e coloriPresentazione delle opere realizzate nella CTD "Zero" nel 201024 Kb