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Università Jacques Lacan

Publié le 25/02/2010 N°1953 Le Point

 

 

INTERVIEW JACQUES-ALAIN MILLER

 

« Votre oeil est subjugué tandis que votre tête est mise au dodo. »

 

Propos recueillis par Christophe Labbé et Olivia Recasens

 

Le Point : « Avatar » est un succès planétaire. Qu'est-ce qui fait que l'humanité entière va voir ce film ?

 

Jacques-Alain Miller : Sa débilité. Cet effet de débilité est savamment obtenu en scindant pensée et perception. Le scénario est un pot-pourri de mythes immémoriaux, d'archétypes éculés et de clichés New Age, fait pour donner à tout moment une impression de déjà-vu. Résultat : le sens critique est assoupi, paralysé, la pensée tourne sans effort dans son ornière. En revanche, pour ce qui est des images, c'est la fête, le feu d'artifice, du jamais-vu. Autant l'élément symbolique du film est archaïque, autant son imagerie est futuriste. La technologie appuyée sur le bras de la mythologie, le couplage s'avère irrésistible.

 

Des adolescents sont fiers de dire qu'ils ont vu « Avatar » 2, 3, 5, 10 fois...

 

Votre oeil est subjugué, surexcité, et il jouit d'autant plus intensément que votre tête est mise au dodo. Quand la jouissance de l'oeil est si intense, elle en devient addictive. On rencontre ici le même syndrome qui a été isolé avec les jeux vidéo ou avec Internet. L'humanité s'adonne avec abandon à cette ivresse nouvelle.

 

Comment l'expliquez-vous ?

 

La débilité mentale de l'être humain tient précisément à ce qu'il vit toujours sur deux plans à la fois, réel et imaginaire, être et devoir-être : il rêve sa vie les yeux ouverts. Cette donnée anthropologique, les nouvelles technologies s'en emparent pour manipuler votre rêve éveillé avec une précision et une dextérité jusqu'ici inédites. Ce n'est qu'un début.

 

Le cinéma a toujours offert au spectateur de s'identifier.

 

« Avatar » explore un au-delà du cinéma. Il ne s'agit plus seulement d'identification, toujours ponctuelle, basée sur un trait singulier, mais d'une immersion psychosomatique dans un univers. Le scénario en exhibe d'ailleurs le ressort : l'âme du héros quadriplégique se glisse dans un autre corps pour gambader dans un autre monde, et à sa suite le spectateur, tandis qu'il gît affalé sur son fauteuil.

 

Est-ce le film que notre époque attendait ?

 

Son succès montre que l'humanité achève de se dégoûter de l'espèce humaine. Nous n'en sommes plus au « malaise dans la civilisation » dénoncé par Freud, mais à l'évidence d'une impasse croissante. Le sauve-qui-peut est général. A l'heure où la globalisation du capitalisme exacerbe l'individualisme, la compétition, le chacun pour soi, voilà qu'on nimbe d'une douceur imaginaire la nature, l'animalité. On aspire à un communisme primitif autoritaire, sous la forme d'un tribalisme quasi végétal.

 

Les néoconservateurs américains sont en effet hostiles au film. Mais aussi le Vatican.

 

Parce que « Avatar » est le coup de clairon d'une résurrection païenne. Ces longs corps bleus, sinueux et sensuels, c'est une entrée séduisante dans l'ère de la post-humanité. L'homme désire devenir un produit de synthèse. Demain, l'ingénierie biologique, le génie génétique feront de ce rêve réalité, et cauchemar.

 

Pourquoi le bleu ?

 

C'est la couleur du « suprême Clairon plein des strideurs étranges, silence traversés des Mondes et des Anges », dont parle Rimbaud. Le noir de Pierre Soulages vous renvoie à votre douleur d'exister ; le bleu d'« Avatar », sa luxuriance sensorielle, à l'anesthésie. Le choix est limpide.

 

Psychanalyste et philosophe.

*******

L'UNIVERSITÁ JACQUES-LACAN

di Jacques-Alain Miller

Università popolare di Psicoanalisi Jacques-Lacan

creata domenica 8 novembre 2009 a Parigi

C'è un tempo per pensare - meditare, calcolare, valutare, tergiversare - e c'è un tempo per agire, correre, passare al registro dell'atto; il che comporta sempre il fatto di attraversare in tutta fretta la barriera del non-sapere.

È ormai da un certo tempo che ho messo alla discussione l'idea di creare un potente polo d'insegnamento a Parigi, che riunisca sotto un unico cappello - senza perciò mettere in causa la loro autonomia di funzionamento - gli insegnamento dell'École, quelli del Dipartimento di psicoanalisi, le due Sezioni cliniche, il Collège freudien per la formazione permanente, l'Envers de Paris, i Gruppi del Campo freudiano, e che altro ancora? Sono arrivato persino a evocare l'idea di una Università europea, e questa idea è stata sostenuta da Uforca, ben accolta in Spagna come pure in Italia.

Mancava ancora quella che Stendhal chiama "cristallizzazione". Queste Giornate ne sono l'occasione. Siete qui in più di 2.000: è un'affluenza senza precedenti. Soprattutto, la cosa non spiaccia agli uccelli di malaugurio che ci promettevano "la kermesse" perchè non tiriamo fuori la testa dall'insabbiamento che è tradizionale negli analisti in ogni circostanza istituzionale, non abbiamo mai lavorato così bene, più seriamente e più piacevolmente.

Una linea politica emerge; la espongo via via che essa si rivela a me, come un profeta che sarebbe solo logico; in questi giorni essa raccoglie l'assenso della maggior parte. Ebbene, è venuto il momento di concludere sulla faccenda universitaria, per procedere speditamente su altri piani ancora.

Dico "Università popolare" perché il termine è noto, è circolato, ed esso indica bene che prenderemo a cuore quell'"educazione freudiana del popolo francese" che invocavo speranzoso all'inizio di questo decennio - salvo ad estenderla a tutti i popoli, come siamo incoraggiati a fare dall'esempio di Mitra Kadivar nella Repubblica islamica d'Iran. Le religioni sono riuscite a orientare l'umanità verso divinità di dubbia utilità e la cui esistenza è soggetta a controversia. Perché indietreggiare davanti alla nozione di una umanità  analizzante? Non è per domani, ve lo concedo - ma dopodomani? Tomorrow, the World !

La chiamo "Jacques-Lacan" perché vigilerò affinché sia degna di questo nome.

Sarà un'associazione senza scopo di lucro; cercheremo di farla riconoscere di pubblica utilità.

Essa ospiterà il Polo parigino di cui parlavo, al quale si aggiungeranno i principali istituti Uforca e i migliori stranieri, come l'ICBA (Istituto clinico di Buenos Aires) o il Seminario franco-bulgaro distinto da Judith Miller. Mi piace l'idea che tale Università ospiti un Istituto Lacan, dedicato agli studi lacaniani. Che aiuti gli istituti d'insegnamento del Campo freudiano a riconfigurarsi e a perfezionarsi, sulla base del volontariato, e, l'ho detto, nel rispetto delle autonomie di gestione. Ridurre al minimo il numero di istituti in gestione diretta. L'università popolare dovrà essere dotata di un dipartimento delle pubblicazioni, in cui re-inscrivere il Journal des Journées, LNA-Le Nouvel Âne, Ornicar ?, e aprire un sito e un blog propri.

Pongo l'atto. Non ho altri dettagli da comunicare. Li discuteremo in seguito, nello spirito delle Giornate, win-win. Questa Università popolare la costruirò a cielo aperto, sotto la tirannia della trasparenza, con coloro che vorranno collaborarvi, in particolare nel Journal e su Twitter.

(Traduzione: Adele Succetti)

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Congresso S.L.P. (Società Lacaniana di Psicoanalisi)
Torino - Centro Congressi Torino Incontra Via Nino Costa, 8
dal 5 al 6 giugno  2010

Marco FOCCHI
presidente  S.L.P.

 

DALLA PARTE DELL'INCONSCIO



Il tema del Convegno quest’anno è essenzialmente politico: indica una parte, traccia una linea, segna un al di qua e un al di là.
La Scuola si mette dalla parte dell’inconscio e colloca, con questo, come antagonista chi rifiuta l’inconscio, chi non accetta la lacuna nella padronanza che esso rappresenta. Si segna così una demarcazione chiara tra la psicoanalisi, che cerca di ristabilire i diritti della soggettività, di ritradurre l’angoscia contemporanea nella logica del desiderio, di entrare nei labirinti del discorso amoroso rovesciando quel che vi è d’incurabile nell’esistenza e facendovi apparire il valore di agalma, e i funzionari della normalità, che vedono nel disagio soggettivo solo un disturbo di personalità, una disfunzionalità da riaggiustare per restituire non un soggetto, ma un subordinato reso conforme alle esigenze di produttività del mercato.
Mai come nella nostra epoca si è sentito parlare di un problema dei bambini iperattivi con disturbo d’attenzione. Se ne vede bene il motivo: la perdita d’autorevolezza delle relazioni, la crescita degli imperativi produttivi, la spinta narcisistica che fa dell’Io e della perfezione fisica un oggetto d’adorazione, contrastano infatti la naturale distrazione infantile che alimenta la fantasia, l’allegra fanciullesca possibilità di non cronometrare le proprie giornate, il piacere di perder tempo senza che questo diventi un capo d’imputazione. Conosciamo situazioni in cui la giornata del bambino è programmata dal momento del’attività sportiva, alla lezione di musica, a quella di lingua, in un crescendo senza tregua.
La società della misura onnivora, della valutazione superegoica, della contabilità totalizzante, toglie spazio alla vita, ingloba nella banalità di un benessere prescritto ogni deriva verso l’imprevedibile, ogni scintilla di un godimento sottratto al calcolo.

Vogliamo metterci dalla parte dell’inconscio per resistere a una deriva sociale che puntando sulla funzionalità, mette l’utile come supremo valore della vita.
Ma il nostro titolo ha anche un altro risvolto. Vuole indicare infatti che analista e analizzante sono dalla stessa parte dell’inconscio, che l’analista non ha chiuso i conti con l’inconscio, e che non si erige a figura di esperto di fronte a un utente che chiede soluzioni per sintomi interpretati meramente come disturbi.
Chi ha traversato l’esperienza di un’analisi sa il valore creativo insito nel sintomo, lo riconosce come segno di godimento, e non come granello di sabbia da eliminare per far girare alla perfezione un ingranaggio portato al massimo livello d’astrazione e di idealità.
Lacan sosteneva che l’interpretazione, lungi dal ridurre l’inconscio, piuttosto lo alimenta. L’analista sta dalla stessa parte dell’inconscio che l’analizzante. Questo significa che la sua analisi continua “con altri mezzi”, anche se non sta più facendo sedute, anche se non sta più incontrando il proprio analista.

L’esperienza della psicoanalisi

Dobbiamo allora considerare che l’analisi è un’esperienza con un valore supplementare, non solo una pratica psicoterapeutica. Naturalmente è possibile renderne conto, e la passe è stata pensata esattamente per questo. Ma anche se non passa per il dispositivo della testimonianza, è importante mettere in risalto che la psicoanalisi in quanto tale implica effetti che vanno al di là del sollievo dalla sofferenza nevrotica o della restituzione di una vita possibile allo psicotico, e che coinvolgono il soggetto nella produzione del nuovo, che possono fargli toccare limiti tra pensiero ed essere, tra linguaggio e pulsione, che non sono a portata di nessun altra esperienza.
I casi presentati in questa sezione del convegno potranno rendere conto degli effetti che non sono solo di terapia, e potranno rendere leggibile questo continente meno esplorato dalla letteratura tradizionale.

Lo psicoanalista-psicoanalizzante

Questo tema nuovo emerso nel dibattito recente dell’AMP merita di essere ripreso nel nostro Convegno perché è uno dei fattori trainanti nel rinnovamento della Scuola. Occorre mettere al centro l’esperienza che l’analista ha della propria analisi e il modo in cui la ritrova nel proprio lavoro clinico.
In alcuni orientamenti contemporanei questo aspetto viene appiattito sotto la rubrica del controtransfert, ovvero nell’ostentazione del modo in cui l’analista, nelle sedute, ascolta se stesso piuttosto che il paziente.
Per noi, piuttosto, si tratta della posizione dell’analista nella sua dissimmetria. Da una parte l’analista occupa la posizione di parvenza d’oggetto, dall’altra c’è il paziente come soggetto. Ma occupare la posizione di parvenza d’oggetto non è un titolo ad honorem, una posizione acquisita una volta per tutte.    Essa rimanda continuamente, in altro spazio che non è quello della seduta con il paziente, al compito interminabile di un lavoro sul proprio inconscio.
In questa sezione sarà dunque interessante esplorare i contraccolpi della pratica clinica e il loro rimando al rapporto dell’analista con il proprio inconscio.

Inconscio e sintomo

Se l’inconscio, nella sua natura linguistica, è luogo delle parvenze e dei fantasmi, il sintomo ha un punto irriducibile, che Lacan ha chiamato sinthome, che noi traduciamo sintoma. Nel momento in cui il soggetto supera il proprio conflitto nevrotico con il godimento, nel momento in cui vi consente, questo punto appare per quel che è: un segno di godimento che non è da interpretare, che non è da eliminare, e che è disponibile per un nuovo uso.
In questa sezione si tratterà di esplorare il nuovo binario della clinica, quello tra parvenze e sintoma, il cui programma è stato lanciato due anni fa a Buenos Aires da Jacques-Alain Miller, e sul quale dovremo lavorare ancora negli anni a venire.

 


Nota del nuovo Presidente SLP

Paola FRANCESCONI

Il post molteplice




Prendere la Presidenza di questa Scuola comporta innanzitutto mettere il proprio impegno al servizio di una politica che sia più condivisa possibile e in cui l’insieme possa riconoscersi. Nella nostra comunità l’incoraggiamento all’espressività dei singoli ha attraversato diverse fasi, dal desiderio più o meno timido di un molteplice in cerca di un’enunciazione cui ispirare i propri enunciati, allo snodo che questa espressività sta prendendo dopo il grande evento, risultato della Presidenza e del Consiglio precedente, cui vanno tutti i nostri ringraziamenti, di una sede, di un luogo in cui prende corpo un’idea di Scuola non più affidata all’immaginario di ciascuno.

E’ la riformulazione della dialettica tutto/parte, nazionale/locale che muove dalla scommessa di un centro non centripeto, ma eco di particolarità che trovano lì il luogo in cui far risuonare l’altrove da cui provengono e che nella temporalità di un incontro possa produrre un transfert di scuola. La scoperta del non tutto anche nell’elenco delle molteplicità possibili è la migliore garanzia contro lo schiacciamento di un’istituzione attorno all’insegna che la rappresenta. Non siamo una galassia, abbiamo l’insegna ma non vi costruiamo sopra né una chiesa né un esercito, ma un intreccio di rapporti, di voci che si autorizzano a parlare a partire da quanto del proprio godimento può passare al regime del legame sociale.

Costruire tramite una tessitura, più che tramite il riempimento. Rafforzati ormai dall’esperienza di poter essere molteplici dobbiamo ripensarci attorno a una progettualità avviatasi con il congresso ECF 2009 a Parigi, rilanciata dal congresso AMP e, per noi, nel modo in cui le giornate di Torino con il Forum e il nostro Convegno hanno indicato la strada. La sede può diventare così la metafora di un luogo di elaborazione di temi che oggi costituiscono una nuova scuola Una: l’analista analizzante, la formazione, la motivazione alla psicoanalisi dei giovani che accettano di cimentarsi con il modo di pensarsi, oggi, psicoanalisti, per tenere aperto il varco dell’inconscio che la nostra società tende a richiudere nel discorso del padrone, rispetto a cui, oggi, l’inconscio ha raggiunto, e vuole raggiungere, il punto di divaricazione massima.

Questa nostra sede, luogo di discorso, ha già sul proprio tavolo iniziative che apriranno l’insieme scuola italiana alla Federazione delle Scuole Europee, cosa di cui parleremo a Ginevra il 26 e 27 giugno prossimi, in occasione del Convegno NLS, per costruire una forma di collaborazione con la FEP che connetta i membri SLP con coloro che non lo sono ancora, ma dei quali la FEP raccolga il “voler essere”, lo statuto etico del loro desiderio inconscio che nella Scuola potrà trovare interpretazione e messa in atto. Se l’apertura dell’inconscio implica sempre una perdita, come dice Lacan nel seminario XI, il circuito FEP - Scuola potrà funzionare da nassa, da rete di supporto e di rilancio di quanto, in sé, la Scuola avrebbe più difficoltà a mobilizzare al proprio interno anche se le iniziative della Scuola si apriranno sempre più ai nuovi venuti e ai loro contributi.

In questo senso si può dire che, in questa prospettiva, la FEP si fa il luogo di ripresa del molteplice sorto in seno alla Scuola. Spetta invece alla Scuola occuparsi ora, in questa fase post molteplice, della sua valenza “una”. Il seminario AMP svoltosi quest’anno a Milano, con la direzione di Eric Laurent, ha avuto come conseguenza di riposizionare al centro della vita analitica della nostra istituzione la formazione e la necessità del suo rigore come condizione per un’azione analitica che renda ragione del rapporto di ciascuno con il proprio inconscio. Il seminario continuerà dunque in collaborazione con la FEP e sarà uno dei modi in cui questa collaborazione troverà espressione. Insieme con il Consiglio cercheremo ancora di concorrere alla costruzione di un modo di essere della Scuola in quanto una, ritrovarne le coordinate attraverso la promozione di iniziative che consolidino un transfert di lavoro. La nomina di AE italiani consentirà inoltre di proseguire l’organizzazione degli insegnamenti degli AE in questa nuova sede, al fine anche di trovare la maniera di poter iniziare a pensare un possibile futuro Cartello italiano della passe, di cui la scommessa è di poterci dimostrare all’altezza.

Al nostro primo Forum di Torino è indispensabile che ne seguano altri, su temi che sollecitino un dire orientato dall’esperienza psicoanalitica e dal diritto all’inconscio che essa presentifica per ogni essere parlante. Sarà questo il nuovo strumento da cui attendiamo un’efficacia della psicoanalisi nella civiltà contemporanea. Occorre aprire un circuito nuovo, con un orizzonte più in presa diretta con le questioni che la psicoanalisi è ormai in grado di decifrare, interpretare, disturbando la politica dello scientismo devastatore e l’omeostasi degli aggiustamenti comportamentalisti.Giornate di lavoro nazionali, in aggiunta al nostro convegno annuale, ci consentiranno di verificare il punto della nostra elaborazione e ricerca su temi psicoanalitici che maggiormente hanno un feed back nella pratica dello psicoanalista e nella solitudine del suo atto. Forse occorrerà ripensare in senso femminile il rapporto di ciascuno con la propria solitudine, come divisione tra sé e un’alterità interna che spinge al dire che faccia legame. La scommessa di un’uscita dalla solitudine, alla base del legame associativo tra analisti, comporta che la solitudine di ciascuno possa interagire con quella degli altri, senza entrarvi in contrapposizione, come dice Jacques-Alain Miller. Questo è anche il nostro modo di rispondere a un disagio della civiltà divenuto ormai disagio della politica, del modo di essere con l’altro.Con il Consiglio promuoveremo una politica il più attiva possibile per mantenere la Scuola viva e all’altezza dei compiti che la psicoanalisi deve affrontare nelle sfide che la attendono e, in questo, accogliendo le proposte di lavoro e il desiderio deciso dei suoi membri e dei suoi partecipanti.

Nuove funzioni SLP:

La composizione del Consiglio SLP (2010-2013) è la seguente: Maria Bolgiani, Emilia Cece, Domenico Cosenza, Carmelo Licita Rosa, Céline Menghi, Alberto Turolla.

La composizione del Direttivo (2010-2013) è la seguente: Segretario SLP: Isabella Ramaioli; Tesoriere SLP: Raffaele Calabria; il Responsabile del sito Web della SLP è Fabio Galimberti; il moderatore della lista SLP Corriere e SLP Dibattiti è Paola Bolgiani